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Il casentino ed il suo parco nazionale

PARCO NAZIONALE DELLE FORESTE CASENTINESI
STORIA DELL’AMBIENTE E STORIA DELL’UOMO
Percorsi e punti di interesse storico, archeologico e artistico
Di: ILARIA DI COCCO


L’area compresa nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi è caratterizzata dal suo disporsi a cavallo dello spartiacque appenninico e comprende pertanto non solo parte dell’alto bacino dell’Arno, ma anche le testate di numerose valli romagnole, i cui crinali salgono verso il crinale ortogonalmente ad esso, come denti di un pettine. Invece la vallata casentinese, antico bacino lacustre, si dispone parallela al crinale stesso che, fra il gruppo del Falterona (m. 1654) ed il Poggio Tre Vescovi (m. 1232), è scarsamente inciso, ma non si solleva a quote molto elevate (soltanto il gruppo del Falterona supera i 1600 m.) e non presenta asperità né ondulazioni eccessive; inoltre risulta discretamente praticabile.

Questa situazione ha fatto sì che nella zona si sviluppassero numerose direttrici di transito, che risalivano dalle diverse valli romagnole e scendevano verso il fondovalle casentinese lungo gli affluenti di sinistra dell’Arno, senza che un asse transappenninico presentasse caratteristiche nettamente più favorevoli di quelli impostati nelle vallecole adiacenti. Si è avuta pertanto una molteplicità di percorsi, che hanno visto crescere o diminuire la loro importanza per le alterne vicende politiche e storiche, e che hanno innervato il territorio, fungendo da elementi di attrazione per il popolamento.


Sono sorte così, fin dalle epoche storiche più antiche, forme di insediamento più o meno strettamente legate agli assi viari, quali santuari, stipi votive, monasteri, ospedali e punti fortificati di controllo della viabilità. Ad esse va aggiunto un radicato popolamento rurale, che fino a tempi recenti caratterizzava la zona anche a quote elevate. Ancora oggi i segni di questa forte presenza antropica sono leggibili e ricostruibili, costituendo quindi un elemento necessario ad una migliore comprensione dell’intero territorio. Inoltre essi a volte sono costituiti da strutture di grande pregio artistico e sono pertanto elementi di attrazione ed interesse per i percorsi che si dispiegano all’interno del parco.

Oggi il paesaggio è fortemente caratterizzato dall’estendersi di ampie superfici boschive, che nascondono in parte le tracce di questa radicata e diffusa presenza antropica. Percorrendo gli itinerari geologici illustrati sulla carta si incontrano alcuni di questi segni, che ci ricordano la storia della valle, e come l’uomo nel corso dei secoli si sia adattato alle possibilità e alle difficoltà che l’ambiente circostante gli presentava. Contemporaneamente egli è intervenuto sull’ambiente stesso, con un’incisività minore o maggiore secondo le diverse epoche, le forze e le conoscenze di cui disponeva. Alle caratteristiche naturali di un luogo fanno spesso riscontro peculiari tipi di sfruttamento ed insediamento della zona, che ritornano simili in diversi periodi storici, quando si ripetono le condizioni che le crearono.

Alcuni luoghi diventano quindi tipicamente oggetto di alcuni generi di utilizzo, mentre la loro alterna fortuna è indice delle diverse esigenze che si sono succedute nel corso della storia.

Le direttrici naturali e la viabilità

Come accennato all’inizio, la conformazione geografica del Casentino fa sì che si aprano lungo lo spartiacque appenninico numerosi valichi naturali, che fungono da collegamenti tra la Romagna e la valle, e che erano tanto più apprezzati quanto poi direttrici naturali, costituite dalle valli degli affluenti di sinistra dell’Arno, permettevano di raggiungere agevolmente il fondovalle.

Si crearono così delle “piste” sfruttate fin dalla preistoria, prevalentemente con ogni probabilità per lo spostamento delle greggi, che assunsero progressivamente l’importanza di assi itinerari, già in epoca etrusca, e di vere e proprie strade in età romana. La prevalenza dell’una o l’altra di tali direttrici era legata a ragioni storiche, più che ad un’effettiva differenza nella percorribilità dei luoghi, che presentavano sostanzialmente caratteristiche analoghe. Era cioè l’importanza dei centri di fondovalle a stabilire la gerarchia degli itinerari che li collegavano. In montagna poi le strade romane spesso erano dotate di apprestamenti semplici e non imponenti come in pianura, e ciò rende difficile riconoscere archeologicamente il loro tracciato. Grande importanza hanno invece le fonti scritte, specialmente le carte più antiche del monastero di Camaldoli, che rammentano spesso l’uso di una “via romana” o “via antiqua”, con l’indicazione del suo percorso. Tali menzioni, anche se non possono naturalmente datare in senso stretto un itinerario, ci mostrano comunque una certa continuità del sistema itinerario fra l’antichità e il medioevo. Essa era dovuta proprio al forte condizionamento che la morfologia dei luoghi esercitava sulla viabilità, incanalando quindi gli assi itinerari verso percorsi preferenziali sostanzialmente stabili.

L’esempio più celebre dell’antichità e delle durata di alcuni percorsi è l’itinerario che doveva collegare la Toscana e l’Emilia-Romagna tramite la zona del monte Falterona, frequentato fin dalla preistoria come percorso di transumanza e assunto a grande importanza in epoca etrusca e romana; ancora nel medioevo la zona era frequentata, come meglio vedremo a proposito del culto del Lago degli Idoli.

Un altro itinerario utilizzato con grande continuità era la cosiddetta “via dei Romei”.

Questa via era apprezzata in particolare dai pellegrini tedeschi, che, scesi dalle Alpi, percorrevano la via Emilia fino a Forlì, dove se ne staccavano e risalivano le valli del Bidente (v. anche itinerario 3) e/o del Savio, giungendo a Bagno di Romagna. Di lì affrontavano l’Appennino, attraversandolo al Passo di Serra, che si trova nella prosecuzione naturale del nostro itinerario. Ancora oggi si segnalano tracce di selciato lungo questo percorso, che conobbe dunque grande importanza e coinvolse il Casentino nei flussi internazionali dei pellegrini diretti a Roma.

Un’altra strada di grande rilievo era quella che risaliva verso il Passo del Muraglione (m 907), il più basso di un lungo tratto dello spartiacque appenninico, al passaggio della quale dovette nei secoli la sua importanza la località di S. Benedetto in Alpe (sede di uno dei centri visita del Parco). Grazie ad essa infatti fu insediata già almeno in epoca romana, e nel IX secolo d.C. vi sorse l’Abbazia, che visse secoli di grande splendore e che forse ospitò Dante. Ancora oggi è riconoscibile, nonostante gli interventi del XVIII secolo, parte delle strutture originarie, tra cui la splendida cripta.

Verso il passo del Muraglione convergeva anche la viabilità che risaliva la valle del Rabbi, che già in epoca romana doveva collegare la Romagna con il Mugello, congiungendosi con la via che risaliva il Montone proprio all’altezza di S. Benedetto in Alpe. Ancora oggi il ponte a schiena d’asino presso Ponte Nuovo (punto di interesse 4) ci ricorda l’importanza storica di questo asse itinerario.

Infine anche lungo il Bidente di Ridracoli saliva un’importante via, definita “romana” nei documenti medievali, che da Galeata e S. Sofia si dirigeva verso la Toscana attraverso il Sodo alle Calle e il Giogo Seccheta, per scendere verso Camaldoli e di lì verso Partina, Bibbiena e Arezzo.
Lungo questo itinerario sono stati individuati tratti di selciato, che testimoniano la rilevanza che gli veniva attribuita, mentre in alcuni punti il percorso è inciso nella stessa roccia. L’effettivo sfruttamento della via già dall’epoca etrusca e romana è testimoniato da ritrovamenti di armi e monete nei pressi del Giogo Secchieta (itinerario 3). Importantissima tappa di questo percorso in epoca medievale era l’Eremo di Camaldoli (itinerario 3), fondato nel 1012, ancor oggi meta di suggestiva bellezza, con la sua struttura regolare e raccolta, incastonata nella fitta foresta che lo circonda. L’Eremo, come il sottostante Monastero ed Ospizio, fu centro di intensissima vita spirituale e culturale, impreziosita dalla ricca biblioteca e da molte opere d’arte.

I siti di altura e gli insediamenti fortificati

L’esempio più lampante del rapporto tra geografia fisica e tipologia di insediamento antropico è costituito dall’utilizzo dei luoghi d’altura per impiantarvi strutture fortificate che fungano da punti di controllo del territorio e da rifugio in caso di pericolo.

Un luogo elevato e scosceso infatti soddisfa naturalmente due tipi di esigenze: offre un punto di osservazione privilegiato sulle zone circostanti e contemporaneamente facile da difendere da attacchi esterni. Tali esigenze sono più rilevanti nei periodi di maggiore instabilità, quando l’autorità non ha ancora, o non ha più, un forte controllo sul territorio, o è comunque vivo il pericolo di attacchi esterni. Al contrario nelle epoche più sicure questi insediamenti conosceranno spesso una rapida decadenza o addirittura un completo abbandono, a favore di posizioni più favorevoli allo sfruttamento agricolo e ai commerci.

Nei nostri itinerari possiamo osservare tre esempi dell’alterna fortuna di questi luoghi. Si tratta dei castelli di Corniolino (itinerario 2, punto 1), di Castel dell’Alpe (itinerario 5, punto 8) e di Monte Fatucchio (punto di interesse 17), sorti nel medioevo in posizioni rilevate e dominanti, a tutela degli assi stradali che si snodavano ai loro piedi.

Il Castellaccio di Corniolino fu infatti una fortissima rocca dei Guidi, di cui si hanno notizie fin dal XIII secolo, e si elevava a difesa della strada che da Corniolo saliva al passo della Calla. Esso conserva tuttora alcuni consistenti tratti murari, in cui si riconoscono nicchie e feritoie, e un suggestivo portale d’ingresso in conci lavorati. I forti rilievi e l’asprezza dei luoghi ha fatto sì che esso, esaurita la sua funzione, fosse abbandonato, e si trova oggi in una zona quasi totalmente spopolata.

Ancora più antico è lo sfruttamento delle cime su cui sorsero le rocche di Castel dell’Alpe e di Monte Fatucchio, nei cui siti è stata rinvenuta ceramica di epoca romana. Fin da questa età quindi con ogni probabilità tali alture vennero impiegate per il controllo della via dei Romei, l’importante asse viario che scendeva dalla Romagna tramite il passo di Serra verso Arezzo.

In questi casi dunque peculiari forme geologiche sono più volte insediate e sfruttate, in relazione all’importanza degli assi viari sottostanti, prima di giungere allo stato attuale, che ci consegna solo pochi resti delle fortezze. Più imponenti appaiono quelli di Monte Fatucchio, raggiungibile tramite un breve e agevole sentiero che si stacca dal sentiero CAI 059 ad ovest dell’altura, mentre l’accesso a Castel dell’Alpe risulta assai difficoltoso e pericoloso. Il primo castello infatti venne distrutto dai Fiorentini dopo la vittoria di Campaldino, ma ancora oggi in cima all’altura sono visibili alcuni notevoli tratti murari della fortificazione, spessi fino a 2 metri, ed una cisterna interrata, di cui si riconosce l’apertura superiore rettangolare sulla volta a botte.

Un altro esempio dello sfruttamento di un punto dotato di particolari difese naturali, e prossimo ad un importante asse itinerario, è offerto dal castello di Serravalle, vicino ad uno dei centri visita del Parco. Certamente la zona circostante era abitata fin da epoca romana, come testimoniano i capitelli rinvenuti nella cripta dell’Abbazia di Prataglia (dove si trova un altro centro visita), e fu ulteriormente valorizzata dalla fondazione dell’abbazia stessa, nata prima del Mille per iniziativa del vescovo di Arezzo, e dalla presenza di una strada che in epoca medievale (è ricordata già nel 1084) scendeva dal Monte Cucco verso Badia, costituendo un’alternativa alla più nota via che passava da Camaldoli. Da Badia Prataglia la strada scendeva a Serravalle, dove nel 1188 il vescovo di Arezzo Guglielmo fondò il castello proprio per potenziare e controllare questo asse viario. Gli abitanti necessari alla vita della rocca furono costretti a trasferirvisi abbandonando il vicino villaggio di Tocchi, che era di proprietà proprio dei monaci di Prataglia. Ancora oggi si conserva la torre del castello, alta 9 m, che si eleva su uno sperone roccioso. Esso si stacca dalle Alpi di Serra ed, elevandosi sopra l’Archiano, sembra quasi chiudere (“serrare”) l’omonimo passo montano.

Le sorgenti e i culti delle acque

L’ultimo tema che affrontiamo per illustrare il rapporto tra peculiarità ambientali e storia dell’uomo è quello dell’attenzione di cui sono sempre state oggetto le sorgenti d’acqua, in particolare quelle ritenute medicamentose, e dei culti che si sono sviluppati attorno ad esse.

L’esempio più celebre è quello preannunciato del Lago degli Idoli sul Monte Falterona (itinerario 1, punto 9). Esso si presenta come una dolce depressione, attualmente occupata da una radura che si apre tra il folto della faggeta e che un tempo ospitava uno specchio lacustre. Esso, secondo l’ipotesi più recente, doveva essere mantenuto da una sorgente sotterranea, che garantiva un afflusso costante d’acqua nella depressione, formatasi come pseudo-dolina. Proprio la costante sorgente d’acqua dovette costituire motivo d’attrazione e di venerazione, e forse fu identificata con la sorgente stessa dell’Arno. Questi motivi portarono ad un vero e proprio culto delle acque, testimoniato dalla scoperta, nel 1838, di circa 650 statuette e centinaia di monete, armi, fibule, anelli e monili, estratti dal lago che venne appositamente prosciugato. Un giacimento archeologico unico e straordinario, con reperti riferibili a un arco di tempo assai ampio, dalla preistoria sino all'epoca romana, e che per questo ha indotto a ipotizzare la presenza, attraverso i secoli, di un importante strada di collegamento tra la Toscana e l’Emilia-Romagna, percorsa soprattutto da pastori e militari. Da non trascurare anche la probabile fede in qualità medicamentose delle acque del lago, testimoniata dal ritrovamento di ex-voto anatomici. Ancora nel Medioevo sul posto era sorto un’abbazia, dedicata a S. Salvatore, che perpetuava, cristianizzandola, la credenza in tali virtù taumaturgiche.

Anche nella zona della Lama (punto di interesse 13) vi era uno specchio lacustre, ramificato verso monte in corrispondenza della confluenza tra il fosso della Lama e quello delle Ripe. Nel corso del tempo, seguendo il destino che segna tutti i bacini lacustri, anche il lago della Lama si è lentamente riempito con i sedimenti trasportati dai due immissari, sino a scomparire dando origine a un ambiente umido di torbiera. La zona ha quindi conosciuto un destino simile a quella del Lago degli Idoli e come questo pare essere stata nota anche per la presenza di acque salutari, segnalate da numerosi toponimi (Pozza della Troia, Fonte Solforica o Solforosa, Fonte Murata) e apprezzate forse fin da epoca preromana, viste anche le numerose tracce di frequentazione antica della zona.

Ancora di recente si segnalano credenze e usi legati alle virtù terapeutiche di queste acque.
Se il culto del Lago degli Idoli costituisce la testimonianza archeologica più famosa del Casentino, altre volte la venerazione di un luogo per fenomeni legati alle acque è tramandata da segni molto più labili, o anche solamente da un toponimo particolare, quale la Buca delle Fate (punto di interesse 14), una profonda grotta in cui lungo il soffitto e le pareti è intenso lo stillicidio, che alimenta una abbondante circolazione idrica sotterranea, di intensità variabile a secondo delle stagioni. La grotta, per la sua ampiezza e particolarità, attirò certamente a lungo la curiosità umana, favorendo la formazione di leggende; non si può escludere che il toponimo sia legato anche al ricordo di una frequentazione antica.

Infine indizi altrettanto labili di un antico culto salutare si possono ravvisare in relazione alle acque limpide e copiose di Cabelli (in prossimità del punto di interesse 11), stando al toponimo e al ritrovamento di una scultura raffigurante Demetra.

 
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