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Breve storia di Dante in Casentino

Dante in Casentino
di (Romano Valli)


Come ogni anno nell’andare in vacanza in quel della Consuma, non posso fare a meno di fare una capatina nel Casentino. La stupenda vallata che per varie porte consente di entrarvi, una di queste, forse la più trafficata è il passo della Consuma "Guarda com’entri… …".

Molti sono i luoghi storici del Casentino, i più famosi e i più nominati sono le località e i castelli dove Dante Alighieri si è spostato durante il suo esilio per seguire più da vicino i preparativi di Firenze, che aspettava serenamente l’arrivo degli imperiali guidati da Arrigo VII.

La prima volta che Dante entrò in Casentino fu in occasione della battaglia di Campaldino (11-giugno-1289), tale battaglia vide il fronteggiarsi di due eserciti: quello Ghibellino di Arezzo e quello Guelfo di Firenze. Non starò a descrivervi la battaglia che ho pubblicato in altri numeri del giornalino, ma riassumendo possiamo dire che l’esercito fiorentino passando per "male vie" valicò il passo della Consuma e si diresse verso Poppi. L’esercito Aretino (spostato all’ultimo momento dal Val d’Arno) era lì che lo aspettava, lo scontro fra i due eserciti nella Piana di Campaldino fu sanguinoso e combattutissimo e alla fine la vittoria arrise ai fiorentini.
E’ certo che Dante vi partecipò come "feditore" cioè cavaliere di prima fila, si comportò bene, anche se egli stesso ci confessa di aver provato" temenza molta", che alla fine della giornata si tramutò in "allegrezza grandissima". Nei primi anni dell’esilio, dal 1302, il poeta fu ospite nel castello di Romena di proprietà della potente famiglia dei conti Guidi, quivi abitava al tempo dei fratelli Alessandro, Guido Pace ed Aghinolfo, quel famoso falsificatore Maestro Adamo da Brescia, del quale parla Dante nel XXX canto dell’inferno. Lo storico Passerini racconta che nel 1281 furono scoperti in Firenze i fiorini che di falso conio fabbricava in Romena Maestro Adamo per i signori di quel castello. Sapendo di essere stato scoperto e identificato, il falsario che per l’appunto era venuto in Firenze per spacciare la moneta falsa, fuggi verso il Casentino in direzione di Romena, ma costui fu ripreso in vicinanza del suo rifugio, fu fato confessare il misfatto e arso vivo.

Si è parlato molto del luogo preciso dove Maestro Adamo fu arso sul rogo, alcuni storici indicano che questo fu acceso quattro chilometri dopo il passo della Consuma da allora quella località ha preso il nome di "Ommorto" (uomomorto). Si dice che il punto esatto del rogo si poteva localizzare passando dalla strada vecchia della Consuma, in una montagnola di sassi chiamata "la macia dell’Ommorto", la quale è stata formata gettando dai viandanti per superstizione dei sassi. Di questa storia Dante ne verrà a conoscenza dopo il 1302. Nel castello di Romena il Poeta ospite del conte Guido Selvatico di Dovadola, ebbe a conoscere la di lui moglie Manentessa figlia di Bonconte da Montefeltro. Questa era parente e molto amica di Madonna Gherardesca figlia del conte Ugolino e moglie anche lei di un conte Guidi con castello in Poppi. Le due donne unite nel parentado erano divise in politica, Gherardesca teneva per i Guelfi, Manentessa per i Ghibellini. Non mancava la cronaca sexy. Si racconta che Manentessa fosse più bella che virtuosa e che Dante, ospite del marito lo mettesse in guardia, contro i rapporti troppo confidenziali che la moglie intratteneva con un frate francescano che era un bellissimo e valentissimo uomo, assiduo frequentatore del castello. I due restavano ore ed ore in camera a pregare. Dante ne dubitava. Ma il conte lasciò cadere il discorso, per lui il frate era un sant’uomo; allora il poeta lo provocò con questa quartina: "Chi nella pelle di un monton fasciasse / un lupo, e fra le pecore ‘l mettesse / dimmi, cre’tu, perché monton paresse / ched’ei le pecore salvasse?". Il conte capì l’antifona e il frate non tornò più al castello. Intanto Dante si è spostato al castello di Porciano (Stia), ospite ancora di un conte Guidi, da questo luogo partirono le due famose lettere, una ai fiorentini, e l’altra allo stesso Arrigo VII.

Il 31 marzo 1311 Dante inviò la famosa lettera tutta piena d’ira e di fiele ai fiorentini che egli chiamò "scelleratissimi", per invitarli ad assoggettarsi ad Arrigo imperatore; e l’altra non meno celebre scrisse pochi giorni dopo, cioè il 16 aprile, all’imperatore stesso per incitarlo a portarsi ad assalire Firenze e "schiacciarle il capo con il piede".

A questo tempo si riferisce il seguente aneddoto che molti del posto conoscono. Si narra che la repubblica fiorentina, irritata per la lettera di cui sopra, mandò a Porciano un messo per chiedere con severe minacce ai signori di quel castello la consegna dell’Alighieri: ma costoro, avvisati di questa cosa, prima che il messo giungesse, consigliarono l’Alighieri a partire. Mentre egli per la strada che conduce al castello stava scendendo verso il paese, s’incontrò con l’ambasciatore fiorentino ed a lui che non conoscendolo chiese se Dante Alighieri si trovava ancora a Porciano, il poeta rispose: "Quand’io v’ero è v’era ".

Ramingo per le varie terre della Toscana l’Alighieri avrebbe avuto per breve tempo ospitalità nel castello di Poppi, ospite del conte Guido da Battifolle, signore di Poppi. Risulterebbe che in questo periodo scrivesse per Madonna Gherardesca moglie del conte, tre lettere a Margherita di Brabante consorte di Arrigo VII, per indurlo a dare aiuto ai fuorusciti fiorentini. Si dice che in riconoscenza dell’ospitalità ricevuta e per la pietà della storia dolorosa della morte del padre della contessa: il conte Ugolino, concepisse e scrivesse il celebre e sublime canto XXXIII dell’inferno.

 
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